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Dopo aver letto sui giornali locali del caso di Ramona Enache, la giovane rumena che ha partorito ieri nel CPTA di Modena, pensiamo, in due, di andarle a fare visita al Policlinico. La troviamo, serena ed in buone condizioni di salute, accanto alla figlia neonata, Natalia Maria.
Il caso:
Quattro-cinque giorni fa viene internata nel CPTA di Modena.
Come tutti i neo-trattenuti viene visitata da un medico, per ricercare eventuali problemi sanitari, anche non sintomatici, che potrebbero causare danni alla persona stessa ed alle altre trattenute con lei: si tratta di una visita non superficiale e, con il consenso della persona interessata, comprende anche test del sangue e di gravidanza.
Ramona non si fida del personale del centro (legittimo per chiunque si trovi di fronte ad estranei, tantopiù se questi “rappresentano” uno Stato che sta per espellerli come clandestini) e non comunica il proprio stato di gravidanza, al nono mese e quasi al termine. Anche a noi, durante la nostra visita, ha detto che non sapeva nemmeno lei di essere incinta, ma anche noi siamo estranei ed è altrettanto legittimo che non ci accordi fiducia. In alternativa possiamo ammettere che, cosa accaduta, la ragazza si sia accorta della gravidanza il giorno stesso del parto. Questo farebbe ricadere solo sul medico del centro che compie la visita la possibilità di accertare anche una gravidanza non dichiarata. Ciò non avviene (escludiamo che il medico abbia accertato la gravidanza e non abbia ricoverato Ramona in ospedale o, almeno, richiestone la liberazione, come diritto di ogni donna trattenuta ed in quello stato). Nemmeno quelli del personale del centro, che vengono a contatto con lei, si accorgono di qualcosa.
Dopo qualche giorno inizia il travaglio, che immaginiamo sia stato breve e indolore, altrimenti non si spiega come, nemmeno a quel punto, vi sia stato il ricovero. Solo ora, il personale fa trasferire Ramona in infermeria, dove nasce il primo “figlio del CPT di Modena”.
Questo episodio, secondo noi, testimonia questo: nemmeno la migliore struttura italiana per la detenzione amministrativa degli stranieri non regolari, come sostiene di essere quella modenese, con il personale gestore meglio preparato, provvisto della sensibilità che operatori provenienti da associazioni e cooperative sociali, come lo sono quelli modenesi, hanno nei confronti della sofferenza delle persone, sia in grado di intercettare le storie dei più disperati e bisognosi e di distinguerle da quelle delle persone “pericolose”. E’ per queste ultime che i sostenitori dei CPT, anche a Modena, ritengono tali strutture un valido strumento di contenimento al fine di prevenirne la commissione di reati. Anche questo CPT è come gli altri: solamente una macchina di espulsione e con un rendimento nell’assolvere il proprio compito molto scarso in relazione ai costi umani, come questo caso dimostra, ed a quelli economici.
Gruppo immigrazione
Forum Sociale di Modena
ForuModena.org