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Il consigliere regionale di PRC Leonardo Masella e la sottoscritta (Goretta) entrano nel CPT poco dopo le dieci del mattino.
La visita è durata circa tre ore.
All’inizio sembrava che potesse entrare solo Masella, ma abbiamo fatto presente che in precedenza era stato consentito anche all’accompagnatore di parlare con gli “ospiti” e, dopo una breve consultazione telefonica col prefetto, mi hanno permesso l’ingresso nei blocchi.
Al momento sono presenti 33 persone (10 donne e 23 uomini). Un intero blocco è ancora chiuso per riparazioni. Negli altri (tranne uno) mancano i vetri alle finestre, sono in attesa di essere riparati. Oggi fa molto freddo. Mi sembra che gli ultimi danneggiamenti risalgano a più di un mese fa, quindi prendo atto che non c’è molta sollecitudine nel riparare i danni. Il centro l’avevo visto solo quando era ancora vuoto. Mi si apre così agli occhi lo squallore allora in parte intuito. L’arredo definirlo essenziale è un eufemismo. In uno dei blocchi, tuttavia, un detenuto si è dilettato ad affrescare pareti e soffitto. ( E’ stata allestita una vera e propria moschea tutta istoriata all’interno dei blocchi. Lo spazio adibito ai riti religiosi non viene invece utilizzato.) Salta agli occhi il contrasto tra quei disegni colorati, belli davvero, e la presunta “pericolosità” delle persone lì rinchiuse.
Entro nel blocco 6, quello femminile. Lì conosco H. , 23 anni, A., 22 anni, I. 27 (una moldava e due iugoslave), poi J., 24 anni e B., 19 anni, nigeriane. Mi presento un po’ titubante, ma poi l’esitazione passa subito, perché hanno voglia di parlare. Non sono state fermate sulla strada durante una retata, bensì in un bar, senza documenti, portate subito al CPT. Alla domanda se sono prostitute sono più evasive, ma si intuisce che è così. Chiedo se sono a conoscenza dell’art. 18 e della possibilità di far parte di un percorso di recupero e sottolineo “fuori di qui”, non capisco se semplicemente non siano interessate o se non sanno nemmeno di che cosa sto parlando; mi convinco che forse non sono informate (mi smentisce in seguito M, assicurandomi che quel percorso cercano sempre di avviarlo). Chiedo se hanno parlato con un avvocato da quando sono lì, mi risponde una per tutte, dicendo che c’era un tizio che scriveva qualcosa su un foglio quando sono state accettate, pensano che fosse un avvocato, ma nessuno ha chiesto loro niente, nemmeno il nome. Non oso chiedere se hanno subito violenze lì dentro, semplicemente non oso, chiedo solo se hanno qualcosa da dirmi; lamentano la mancanza delle loro cose, della loro biancheria intima e dei vestiti (hanno tutte una specie di tuta addosso, anche se di colori diversi); vorrebbero giocare a palla nel cortile, ma non hanno la palla, l’hanno chiesta, ma niente. Giocano con un mazzo di carte che una di loro è riuscita a procurarsi; il sapone che usano irrita loro la pelle, lo shampo non è quello che per loro va bene. Parlando con loro non riesco a dimenticare nemmeno per un momento che ho di fronte delle bambine. J.oggi esce e questo le rattrista perché è un vulcano di allegria. Colgono l’occasione per dirmi che non ha un soldo e non sa come fare; loro sarebbero disposte a prestarle denaro, ma non sanno se si può. Alle mie spalle, poco distante, sosta tutto lo staff dirigenziale che Masella tiene strategicamente a distanza; chiedo ragione di questo: che senso ha espellere una persona che se ne esce di qui senza un soldo, neanche per il biglietto del treno? O per qualsiasi altra cosa? Dove pensano che possa andare? Niente paura, mi ammicca uno delle Misericordie; si scosta ancora un po’ dal gruppo per non essere sentito e dice: noi siamo usi dare 10 o 20 euro a chi esce senza soldi, solo non vogliamo fare pubblicità, se no poi…Il seguito non so se l’abbia detto o me lo sia immaginato….se ne approfittano. Significa forse che uno potrebbe farsi rinchiudere per avere soldi alla fine? Che cosa altro significa, visto che il loro denaro viene loro sottratto e conservato, quindi è chiaro che uno non può “imbrogliare”?
Dopo aver salutato le ragazze sto per allontanarmi, ma noto due persone sedute in disparte e mi avvicino loro. Sono G (23 anni) e I (30 anni), sono ucraine e sono state fermate a Brescia. Sono al centro solo da due giorni, ancora disorientate e in parte incredule. Sono venute in Italia con passaporto e visto turistico, una ha il ragazzo qui; il visto è scaduto e sono state “prese”. Giulia ricorda che un tempo c’erano cinque giorni di tempo per andarsene, e adesso invece si trovano qui. Mi allarmo e chiedo al poliziotto: se queste ragazze hanno i passaporti non c’è il problema dell’identificazione, come mai sono qui? Mi risponde che in questo caso c’è una procedura più rapida, devono solo far controllare i documenti non so dove, farli firmare non so da chi e nel giro di dieci giorni sicuramente se ne andranno.
Usciamo ed entriamo nel blocco 5.
M, 21 anni, algerino. E’ dentro da 17 giorni. E’ in Italia da sei mesi, dopo altri sei mesi passati in Francia. Fa il muratore. Dove andrà una volta uscito di lì? Forse riprova in Francia.
Apro una parentesi. Tutti quelli con cui ho parlato che sono solo lavoratori irregolari non torneranno al loro paese, per i motivi più vari, di solito la necessità di inviare soldi per moglie e figli; ma anche solo per sopravvivere.
E, 31 anni. In Italia da 12 anni. Faceva lo spacciatore. Si è fatto 4 anni di carcere (98-02), da quando è uscito dichiara di non essere più uno spacciatore, e ha fatto domanda di sanatoria, respinta per via della condanna precedente. E’ qui da un mese circa, dopo 14 giorni di carcere (riferisce ingiusta la detenzione, poiché i suoi documenti erano stati confusi con quelli del fratello); ha un avvocato. E’ fidanzato con una donna italiana. Progetto all’uscita: andare a sposarsi in Marocco, poi lei torna in Italia e inizia la pratica del ricongiungimento.
Nel giro di un mese ha visto due volte l’assistente sociale che portava loro giornalini (del mese scorso).
M H (Rashid), 19 anni, Tunisia. Ha fatto due anni di galera a Ferrara per furto. Proviene da lì, dopo la scarcerazione, 3 giorni fa.
K R (?) Algeria, 32 anni.
E’ in Italia da sei mesi. E’ qui da una settimana, fa il muratore. Ha famiglia in Algeria, moglie e due figli di 5 e 7 anni.
Alberto Mainat, quasi 19 anni, polacco. E’ qui da un mese. E’ in Italia da due anni e tre mesi. Fermato a Ravenna per furto, finito qui (non ho capito se dal carcere o no)
K E, 35 anni, turco. In Italia da 16 anni. Dentro da 7 giorni.
Ha lavorato in fonderia e fatto il muratore. Il suo permesso è scaduto da otto mesi. Non ho capito perché non abbia fatto domanda di sanatoria. Riferisce di avere una ditta a lui intestata che risulta alla Camera del Commercio (Edili del turco); ha pagato contributi. Ha un avvocato.
Blocco 1.
V J, quasi 22 anni, moldavo, da poco in Italia. Ha fatto 35 giorni di CPT poi è stato tradotto in carcere con accusa di danneggiamento (ha rotto una telecamera) dopo tre mesi di carcere rientra nel CPT. Ha una moglie a Genova, gravida quando sono venuti in Italia, lei ha partorito in agosto un bambino; lui soffre molto per non poterlo vedere.
Apro una parentesi. Qui quando entrano sanno che devono scontare 60 giorni. Ma la Bossi Fini dice fino a un massimo di 60 giorni, cioè il tempo necessario per le pratiche burocratiche del riconoscimento. Quali passi burocratici vengono fatti mentre i detenuti sono dentro?
Blocco 2-3.
M Z, 20 anni, Marocco. E’ qui da due giorni. In Italia da un anno. Proviene dal carcere di Parma dove ha scontato 1 anno e 15 giorni per spaccio. E’ l’unico che mi riferisce un trattamento un po’ brusco da parte delle forze dell’ordine, però non vere percosse.( Riferisce dolore al fianco destro a seguito di percosse in corso di lite in carcere. Ho parlato col medico lì presente pregandolo di dargli un’occhiata, poi) In questo momento le guardie sono vicine e lui parla liberamente; mi trovo in imbarazzo perché mi rendo conto che forse non è molto affidabile, ma che tuttavia rischia di mettersi in pericolo. E’ tossicodipendente.
Nel gruppo che ci accompagna c’è anche la direttrice, alla quale chiedo se i problemi col Sert sono stati risolti, mi risponde che tutto funziona benissimo; le spiego che so che il Sert si occupa delle persone che hanno un piano di cure presso di loro prima dell’ingresso al CPT, ma vorrei sapere che cosa ne è dei tossicodipendenti che non hanno un piano di cure del Sert. Mi risponde che tra i medici che turnano lì dentro c’è il dott. C. che lavora anche al Sert, e fa lui i piani di cura scalari. Solo alla fine, nell’ambulatorio, riformulando la domanda al responsabile M. apprendo che le cose stanno come prima, e le persone che non hanno piano di cura del Sert fanno un trattamento a base di Dividol, Tranquillit e Tavor. (Come nel corso del nostro colloquio di qualche mese fa, Responsabile M ribadisce che si aspetta che le forze politiche esterne si facciano sentire per risolvere questo problema)
Tra parentesi, quando ci avviciniamo ad una stanza dove due (o tre?) persone dormono profondamente (non ricordo in che blocco, comunque verso la fine della visita), chiedo: Sono sotto sedativi? Lo chiedo per sapere se sia il caso di lasciarli stare, ma la direttrice si inalbera, come se loro fossero spacciatori di sedativi (il termine è mio, il suo non lo ricordo). Taglio lì perché non ritengo sia il caso di discutere con lei, ma lei insiste; devo ribadire più volte che domandavo solo per educazione (anche perché non sarebbe stato possibile avere risposte sincere dai dirigenti). E’ nel blocco 2-3 che ci sono le stanze affrescate e la “moschea”.
L P, 28 anni, albanese. In Italia da 8 anni. Qui dentro da 41 giorni. Ha fatto vari lavori in questi anni, soprattutto il manovale. Aveva fatto domanda per la sanatoria, ma non è stata accolta causa un precedente decreto di espulsione risalente al 98. Un altro detenuto presente al colloquio fa presente che l’espulsione ha un corso di 5 anni, per cui il termine forse era già trascorso, e avrebbe potuto essere ammesso alla sanatoria. Lika è sposato con cittadina italiana dal dicembre 2000.
Non ricordo quale di loro, ma qualcuno mi ha raccontato come si trova lavoro: c’è un bar a Modena, non so quale, si va lì al mattino, se c’è lavoro si parte, se no non si fa niente.
Mi ricorda il mercato di braccia da lavoro degli anni settanta, della Pomposa.
Allora erano meridionali, adesso sono loro.
La funzione del CPT dovrebbe limitare la criminalità locale, invece aumenta la ricattabilità di questa gente e del lavoro schiavo.
I A, 37 anni, albanese.
In Italia dal 1996. Qui da sei giorni. Faceva il camionista con visto regolare (Italia Albania), poi ha fatto cinque anni di carcere e viene dal carcere di Prato. La moglie abita a Pistoia e sta facendo le pratiche per la regolarizzazione. Ha due figli. Conta sul ricongiungimento.
R T, 23 anni, moldavo. In Italia da fine 2000, dentro al CPT da circa 27 giorni. Ha lavorato un po’ in una discoteca, poi nell’ottobre del 2001 è stato fermato durante una rissa a Bologna ed è andato in carcere. 2 anni e due mesi, viene dal carcere di Parma.
Quando esce pensa di andare in Spagna.
Ho parlato solo con 18 persone, e a parte quei tre o quattro che dormivano, gli altri non li ho visti.
Ho dato molti cartellini con il nostro numero di telefono, spiegando sempre a tutti che faccio parte del forum sociale e che noi vorremmo che questi centri venissero chiusi. Hanno parlato con me tutti senza problemi, qualcuno mi ha chiesto se ero un’assistente sociale. Mi dispiace perché adesso penso che avrei dovuto chiedere altre cose, approfondire di più. Contare le persone, verificare.
Non so perché, non ho detto a nessuno il mio nome, e mi dispiace.
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