1144 Letture
Delegazione: on. Titti de Simone, Massimo Silvestrini
Ingresso straordinario, a breve distanza dal precedente, per rivedere J., la ragazza di strada nigeriana cui Titti aveva propostoun aiuto per uscire dal centro e dalla condizione di sfruttamento e minaccia da attuare mediante un percorso di protezione sociale (ex art. 18, legge sull’immigrazione); vogliamo chiederle se ha pensato di accettare l’aiuto o cosa pensi di fare una volta fuori (a breve scadrà il termine di trattenimento dei 60 giorni); abbiamo anche intenzione di suggerirle di fare ricorso all’espulsione in modo da sospenderla e prendere tempo; Entriamo verso le 12.00 senza problemi;
Andiamo a parlare con M., di Aliante, coordinatore del personale del Consorzio delle coop. Sociali; per ora, del Consorzio, ci sono solo lui ed un educatore;
In questo periodo di prova, dall’apertura a novembre del centro alla scadenza della convenzione, fine gennaio, il lavoro sociale è stato lasciato alla sensibilità degli operatori di Misericordia, Polizia e M.: proprio da questi era partita l’iniziativa di cercare aiuto per J. tramite l’intervento di operatori della rete territoriale dei servizi sociali, intervento non andato a buon fine;
Il colloquio di Titti con J. è lungo ma questa, forse per timore di ritorsioni da parte degli sfruttatori che la controllano, rifiuta entrambe le proposte di aiuto (protezione sociale, avvocato)
Considerazioni sul caso di J.: nel centro J. ha visto aumentare il proprio stato di paura e, di conseguenza, ha visto rafforzarsi il legame che la tiene vincolata ai propri sfruttatori. Qualunque offerta di aiuto, sia da parte di operatori del centro, che operatori esterni, o di qualunque altro soggetto, viene rifiutata se implica, come in questo caso, l’instaurarsi di una relazione di fiducia tra chi offre aiuto e chi, per diritto, dovrebbe riceverlo. Chi entra nel centro è percepito come persona invitata dal personale del centro e da questo delegata a instaurare un dialogo. Persona, dunque, di cui non fidarsi, o fidarsi poco. Conviene allora, per il trattenuto non raccontare nulla, o mezze verità, o verità intere per poi, successivamente, ritrattarle. Nel centro è allora difficile creare legami di fiducia, e difficile impostare programmi di protezione sociale, poiché sono sempre basati su relazioni di fiducia;
M. ci ha detto che, dopo la nostra visita del 04-12-02, il clima di tensione nel centro, già normalmente alto, è aumentato. La visita è stata, secondo lui, una perturbazione alla vita interna. La tensione è così degenerata in rissa tra i trattenuti, e la rissa è stata sedata, chissà con quali metodi, dalla polizia:
Considerazioni: per un aspetto i centri sono peggio delle carceri (tutti i trattenuti provenienti da carceri hanno detto che nelle carceri si trovavano meglio), come ci conferma anche M. durante la nostra conversazione, infatti nelle seconde il prigioniero può contare i giorni che mancano alla liberazione, mentre nei primi la prospettiva che il trattenuto ha davanti a se’ è il rimpatrio e il conseguente fallimento del proprio progetto migratorio. E’ questo, unito alla noia delle giornate trascorse senza poter far nulla, a generare, a Modena come in tutti gli altri centri, un clima di tensione normalmente alto. Così, un parlamentare che entra per sapere quali sono le condizioni di vita interne fa percepire a chi è dentro l’ingiustizia di quel trattenimento (non è una pena, ma un tempo tecnico di approntamento dell’accompagnamento alla frontiera). Aumentare la tensione o causare risse non giova a nessuno, occorre che le delegazioni che entrano non alimentino, con le proprie domande, la sensazione di angoscia dei trattenuti.
ForuModena.org